21-agosto-1944
Felizzano “Kaput”
Erevamo nel 1944, in pieno periodo bellico, la vita era difficile per tutti: mancava il cibo, il vestiario, il denaro.
Le famiglie si ingegnavano per garantirsi un minimo indispensabile per la sopravvivenza: dopo il lavoro normale, chi non aveva proprietà agricole, andava ad aiutare i contadini che ripagavano con un po’ di patate, farina, qualche uovo. Si allevavano galline e conigli dei quali, oltre a cibarsene se ne vendevano le pelli.
Mia madre conciava le pelli dei conigli per renderle idonee ad essere utilizzate per confezionare cappottini di pelliccia alle bambine; allevava conigli d’angora che settimanalmente pettinava per venderne la lana, allevavamo due maiali per venderli dopo l’ingrasso; mio padre andava a pescare per scambiare il pesce con altri generi alimentari o con bollini della tessera dei contadini che avevano minori necessità di quelle che avevamo noi.
Si viveva con la tessera annonaria. Ad ogni persona ne veniva assegnata periodicamente una e serviva a regolamentare la distribuzione dei generi alimentari di prima necessità quali lo zucchero, il pane, la pasta ecc. Un bollino al giorno permetteva l’acquisto di due etti di pane confezionato con il cruschello (farineta). I fornai assecondavano un commercio proibito distribuendo due etti di pane bianco in cambio di due bollini della tessera.
A noi bambini la fame faceva gradire anche il pane “nero” con il quale si faceva la “soma” oppure, bagnato, si intingeva nello zucchero.
Mia nonna materna allevava polli e conigli per garantirci un approvvigionamento minimo di uova e carne e coltivava bachi da seta per allevare i quali, noi bambini, andavamo sui gelsi per raccoglierne le foglie, mentre, contemporaneamente, raccoglievamo i “sich” che servivano per fare la brace per il “prete” con il quale si scaldava il letto per la notte. ( i “sich” sono parti morte delle piante di gelso che si staccavano semplicemente perquotendole.)
Avevo cinque anni compiuti all’inizio dell’anno e fino ad ottobre dell’anno successivo, non avrei iniziato a frequentare la scuola, con la mia biciclettina, con la quale vivevo in simbiosi, andavo una volta al giorno dal pastore “Fantino”, alla cascina-segheria di Carlin Bona, vicino alla stazione, per prendere due secchi di “barlacia”,latticello residuo della lavorazione dei formaggi, per alimentare i maiali.
Passavo dal cortile della “Mora”, scendevo verso la cascina di “Bagatin”, passavo lungo la recinzione del bosco della Villa Lecchi, accanto alla cascina della “Cavagnera”, transitavo accanto alla Madonnina della Fonte ed al suo fontanino, lambivo l’accampamento militare tedesco installato dove prima c’era la Colonia, nel campo sportivo e, finalmente, ritiravo i due secchi di siero.
Avevo conosciuto un soldato tedesco con il quale, ogni tanto, scambiavo una pagnotta di pane della nonna, con una pagnotta di pane di segala, come piaceva a mio padre.
Il 20 di agosto, domenica, mentre facevo il mio solito giro per approvvigionare il siero per i maiali, arrivato all’accampamento tedesco, il militare che conoscevo, mi chiamò ed esprimendosi malamente in italiano, mi disse: “quando vai a casa, di a tuo padre che domani Felizzano Kaput”.
Arrivato a casa, pur nell’incoscienza dell’età, feci l’ambasciata ma ebbi la sensazione che, a questo, mio padre non avesse attribuito molta importanza.
Il giorno successivo, 21-agosto-1944, mio padre,come al solito, andò in bicicletta a lavorare da Amerio.
Alle dieci circa, la contraerea incominciò a tuonare da Alessandria, segno che erano in arrivo gli aerei.
Cosa che preoccupava relativamente in quanto, fino ad allora, i bombardamenti più cruenti avvenivano sulla città che disponeva di un discreto tessuto industriale, cosa che era meno valido per il nostro paese.
Quel giorno, invece , gli aerei incominciarono a volteggiare sulle nostre teste e sulla stazione ferroviaria del paese. Mio padre, contrariamente all’apparenza,messo in allarme dalla frase del militare tedesco, si precipitò a casa dal lavoro, chiudemmo la porta di casa e con mio fratello sulla canna della bicicletta, la mamma a piedi, ed io sulla mia biciclettina rossa, percorrendo la strada fino alla statale, la attraversammo imboccando il “fos fasè” che costeggiava la recinzione del “serraglio” e conduceva alla strada per Fubine. (La circonvallazione che scavalcava il paese, a quei tempi, non c’era ed i muri del “serraglio” erano integri e continui.)
In stazione era stato ricoverato, nel binario morto, un treno di armamenti tedesco e questo era il destinatario di un feroce bombardamento, accompagnato da un non meno accanito mitragliamento destinato a scoraggiare la separazione tra loro dei vagoni, operazione che i tedeschi facevano svolgere ai malcapitati paesani che riuscirono a raccogliere in paese.
Giungemmo così alla cascina di Gianmaria (Serralunga) nella quale si erano riversati molti fuggiaschi.
Dal cortile assistemmo all’esplosione di un intero vagone di munizioni, cosa che generò un enorme fungo, simile a quello a cui ci abituarono le esplosioni atomiche.
La famiglia Serralunga ci ospitò tutti, mangiammo pasta fatta in casa, coniglio di cortile, antipasto costituito da rapanelli e peperoni intinti nell’olio di ravizzone con pane bianco.
Ci distribuimmo poi per le campagne circostanti e, con la mia famiglia, ci rifugiammo nel “casotto della vigna di Bagatin”, una costruzione su due piani con, a lato, una stalla e dormimmo per una settimana nella paglia. Mio padre una volta al giorno andava a casa per alimentare gli animali e a raccogliere un po’ di generi destinati al vettovagliamento.
Quando tornammo a casa, le finestre non avevano più vetri. Tutte le notti arrivava Pippetto che con il suo volare isolato, teneva in allarme la cittadinanza, e la tenne per lungo tempo tanto che su di lui nacquero molte leggende mai confermate
Quando finalmente finì la guerra, per anni percorremmo le scarpate della ferrovia per raccogliere i rottami di metallo, bozzoli delle mitragliatrici, balestite ecc. per venderli allo straccivendolo. (strase)
Felizzano 21-sett.2008 Attilio Denicola
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